Nella Tradizione massonica questa espressione non separa “buoni” e “cattivi”, né pretende impeccabilità. Indica una disposizione dell’anima e un cammino civico e spirituale: libertà come governo di sé ed equilibrio, buoni costumi come qualità dei pensieri e degli atti.
Essere liberi non è fare tutto quello che si vuole, ma affrancarsi dai metalli che impoveriscono: pregiudizi, fanatismi, paure, egoismi.
È l’autonomia interiore che porta a scegliere il vero al posto dell’utile e la responsabilità invece dell’impulso. Senza questa libertà non si costruisce nulla di alto.
“Di buoni costumi” non è sinonimo di perbenismo.
È un ethos quotidiano che prende forma in scelte verificabili: rettitudine senza scorciatoie, lealtà invece di convenienza, misura contro l’eccesso.
Abitudini nobili che forgiano il carattere e tengono desta, allenata, la coscienza.
Un testo settecentesco spesso citato e frainteso — The Charges of a Free-Mason, in James Anderson, Constitutions (1723) — ammonisce a non essere “stupidi atei”, mettendo in guardia da due derive che bloccano il cammino iniziatico:
il libertinismo senza etica e il dogmatismo che
rifiuta di interrogarsi.
In entrambi i casi la mente si chiude, la volontà si indebolisce e la libertà si spegne.
Libertà e buoni costumi costituiscono un binomio inscindibile: la prima senza la seconda diventa arbitrio, la seconda senza la prima si irrigidisce in conformismo. Insieme generano dignità, affidabilità, capacità di servizio.
È il senso del Lavoro senza fine sulla pietra grezza: sgrossare gli angoli dell’ego, rialzarsi dopo l’errore, ricominciare meglio di prima.
Non perfezione, ma perfettibilità; non solo un traguardo da raggiungere, ma una direzione da percorrere.
Essere uomini e donne “liberi e di buoni costumi” vuol dire spezzare le catene interiori per restare saldi nei principi e, al tempo stesso, umili nell’apprendere.
È la libertà più esigente e più nobile: rende integri e degni di fiducia davanti a sé stessi e al mondo.
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